La storia di Leo

Come poter raccontare la mia storia?

Tutto inizia dopo una bellissima estate con una delle mie più grandi passioni che già all’età di tre anni mi affascinava così tanto, barche e mare. I miei genitori, sempre attenti all’unico figlio che fino ad allora avevano, si accorsero di un piccolo sintomo serale, un leggero zoppicare; dopo varie analisi scoprimmo che da quel momento, a soli tre anni, iniziava la mia prima vera sfida. Iniziarono gli infiniti controlli, le terapie e soprattutto le lombari che ai tempi erano una tortura infernale… Ricordo che ogni volta che dovevo sottopormi a quella tortura avevo un pupazzo di pinocchio che mi dava la forza per sopportare tutto ciò urlando “pinocchio aiutami”. Erano momenti brutti ma allo stesso tempo felici dove tutti erano lì, accanto a me. In quel periodo mia mamma era in attesa di due gemelli, quindi tutto si complicò, ma l’arrivo di questi due pargoli a me dava la forza di affrontare quel periodo, erano una distrazione da quel mondo che mi circondava. Nel periodo precedente al parto era mio papà a stare accanto a me: insieme, una di quelle notti in ospedale accadde qualcosa di strano e di davvero difficile, fu una delle notti più terribili, stavo malissimo e mi ricordo ancora oggi il dolore che ho provato, ma quella sera grazie all’aiuto di qualcuno da lassù tutto andò alla grande. I medici per me erano degli amici ma in quel periodo li vedevo come dei nemici: mi ricordo un aneddoto con un grande dottore, il dottor Ziino, al quale sparavo con la mia pistola a ventose perché ogni volta che arrivava mi doveva fare qualcosa. Dopo anni di cure e controlli finalmente finì tutto.

Da quel momento ritornai alla vita normale ma la gente che sapeva ciò che avevo avuto mi guardava timorosa e in quei momenti mi sentivo sempre diverso dagli altri bambini. All’età di dieci anni una seconda sfida: questa volta era di dimostrare a me stesso ed al resto del mondo che ero uguale a tutti gli altri e sconfiggere quei pregiudizi che circondano una persona che ha avuto un percorso ben diverso dagli altri. Iniziai a fare canottaggio a livello agonistico, feci una selezione allo stadio delle palme, il test consisteva in fare in un determinato tempo più giri dello stadio. Lì la mia piccola sfida: trovarmi da subito a competere con miei coetanei e con ragazzi di qualche anno più grande dove nessuno sapeva niente del mio passato; il test lo vinsi io a parità con un ragazzo più grande di me di quattro anni. Da lì incominciai ad allenarmi per fare il vero canottaggio, feci una piccola garetta dopo un anno di allenamento al porto vincendo con un gran distacco dal secondo, ma non ero ancora soddisfatto. Nel 2003 a Sabaudia (latina) arrivò la gara con livello di competizione alto, ragazzi vincitori di gare nazionali, equipaggi giovanili dei corpi militari. Lì fu il momento di vedere se valevo qualcosa. Al momento della partenza ero tesissimo, feci una partenza velocissima, mi misi subito al comando della gara e dopo 250 metri ero lì a dominare per tutti i 1500 metri di gara. Fu la mia prima gara e vittoria ufficiale. La dedicai a mio nonno che era scomparso da pochi mesi, lui mi appoggiava in tutto avendo le stesse passioni e mi faceva sentire importante e un campione anche nei miei momenti difficili in ospedale, ma quella vittoria era per me ma soprattutto per quei bambini all’ospedale dei bambini di Palermo, era la dimostrazione che ero alla pari degli altri. Volevo continuare a confrontarmi con ragazzi sempre più forti, iniziarono le sfide da atleta agonista, più mi ricordavo quei momenti fatti in ospedale, le terapie devastanti e più avevo voglia di allenarmi. Nel 2004 per motivi di lavoro io e i miei ci trasferimmo in Umbria dove c’è il centro remiero della nazionale italiana canottaggio. Li iniziai a confrontarmi ed allenarmi nel lago dove si sono allenati i grandi colossi olimpici come i fratelli Abbagnale e in quegli anni, mentre io mi allenavo per gare nazionali e internazionali, fui a stretto contatto con grandi atleti della squadra olimpica che si preparava per Atene. A 14 anni provai a fare un test al vogatore con una maschera per valutare il consumo di ossigeno, ero il più piccolo di tutti, mia mamma vedendo fare il test ad altri ragazzi più grandi di me e guardandoli che alla fine stavano male non voleva farmi provare, ma io, più la sfida era dura più ci andavo incontro! Iinfatti il mio test lasciò positivamente senza parole i tecnici della nazionale, dopo diversi raduni fui preso da esempio dai tecnici federali per far vedere la mia tecnica di voga a tutti i ragazzi di tutta Italia, fu come aver vinto un titolo. Nel 2006 dopo aver condotto metà anno senza un appoggio fisico con un allenatore e solo con l’appoggio morale e del lavoro che dovevo fare a distanza di chilometri con la mia nuova società, a Gavirate (Varese) arrivò la conferma di tante vittorie e duro lavoro: diventai Campione d’Italia, un sogno che si realizzò, tanto allenamento che si concretizzò. Nessuno aveva mai saputo cosa avessi avuto fino ad oggi. Questa è la prima volta che racconto la mia storia pubblicamente perché volevo tenere per me questo passato, ma oggi lo faccio per tutti coloro che si trovano in quel brutto periodo di transizione della propria vita. Nel 2007 feci la prima gara a livello internazionale, a capovoga dell’ammiraglia dell’8 con, un’imbarcazione composta da 8 vogatori e il timoniere che dettava il passo. Eravamo a Lucerna (Svizzera) alla prova di coppa del mondo e l’equipaggio italiano under 18 capitanato da me, dopo la prima gara stravinta si trovò in finale contro equipaggi da tutto il mondo, Austria, Olanda, Svizzera, Australia e Croazia. Lì la sfida era con ragazzi da tutto il mondo, l’ansia era tanta ma dopo il via si iniziò a fare sul serio, tutti gli equipaggi erano lì, nessuno che mollava, tutti appaiati. Austria e Australia ci davano filo da torcere, vista la loro stazza due volte più grossi di noi italiani, ma dopo 750 metri e la nostra prua che va al comando, cominciò lo show, la nostra imbarcazione iniziò a sfilare via sempre con più margine, fino al traguardo dei 2000 metri dove tutto il mondo era lì a guardarci e sul podio sentire l’inno di Mameli fu un’emozione grandissima. Nel 2008 alla gara premondiale in Austria mi confermai primo assoluto nel singolo e nel doppio. Lì mi trovai in finale con gente di alto livello come i temuti tedeschi e inglesi, ma la mia forza per vincere è stata sempre quella di pensare a quei periodi brutti per spaccare tutto. La stagione successiva partecipai ai campionati svizzeri dove ho vinto per due anni consecutivi nel singolo pesi leggeri. Ho partecipato anche alla Stramilano, la mezza maratona dove arrivai terzo di categoria dietro ai ragazzi dell’aeronautica militare, ma lontano dai grandi keniani. Adesso frequento il secondo anno di università in economia e management, dopo l’ultimo titolo di campione d’Italia nel 2012 ho deciso di staccare dal canottaggio e passare a fare tappe “da pazzi” in bici. In questi anni di canottaggio ho trovato una persona speciale, la mia ragazza, una donna fantastica che mi fa sentire importante e che mi fa stare bene. Lei è diventato il mio punto di forza per le mie giornate e i miei obiettivi e soprattutto i nostri traguardi che giorno dopo giorno ci impegnamo per creare una nostra famiglia. Adesso mi sono lanciato nel mondo delle moto, sia da strada che da cross. Nel mondo dei motori ho avuto l’onore di conoscere diversi piloti di rally e delle due ruote come Cairoli e soprattutto Valentino Rossi che mi ha autografato la carena della moto. Le mie nuove giornate sono divertirmi con la moto da strada in pista e fare dei viaggi, questo lo faccio come semplice divertimento, ma nel mondo del cross e dell’enduro le mie sfide sono solo iniziate, infatti mi sto allenando nei circuiti per prepararmi alle prossime gare. Anche in questo caso quando entro in pista e mi sento libero, contento e soddisfatto penso a tutte quelle persone che stanno lottando e spero davvero che possano provare al più presto anche loro queste fantastiche sensazioni. Spero che questo racconto possa dar forza a tutte le famiglie e a tutti quei bambini e ragazzi che oggi soffrono negli ospedali. La mia storia può sembrare fantastica, ma le paure e quei momenti brutti ti segnano per sempre. Queste paure le ho affrontate e sono diventate la benzina di ogni mia nuova sfida e il mio motto è “always ready to go, towards new goals”( sempre pronto a partire verso nuovi obiettivi).

Dopo queste tante vittorie, la vittoria più bella è stata con il mio vero equipaggio composto dalla mia famiglia e dallo staff dei medici e dell’associazione dell’ospedale dei bambini di Palermo, una vittoria che ha un valore nettamente più grande di un campionato del mondo.

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